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Pasolini e Mishima , dentro e contro le proprie culture- Una mostra a Tokio e Milano- Intervista con Stefano Casi: entrambi ‘’coscienza critica anche di questo tempo’’

19 novembre 2025

Cinquant'anni fa moriva, per mano omicida, Pier Paolo Pasolini ( era il 2 novembre del 1975), e cinque anni prima, il 1970, la morte drammatica, avvenuta per seppuku (una forma di suicidio rituale), di Yukio Mishima. Pasolini, poeta, scrittore regista e intellettuale, Mishima, romanista, drammaturgo e poeta: le loro figure e le loro opere  e' possibile rivisitarle in una mostra, annunciata dal ministro della cultura, Alessandro Giuli nell'ambito della bilaterale, svoltasi a Tokio con l'omologa giapponese, Toshiko Abe, in occasione dell'Expo di Osaka. Dal prossimo dicembre a gennaio 2026 la mostra si svolgera' all'Istituto di Cultura di Tokyo e successivamente, sino a marzo del 2026 alla Pinacoteca di Brera, a Milano, in collaborazione con la Galleria nazionale d'arte Moderna e Contemporanea ed il Mishima Yukio Literary Museum di Yamanakako.

 In un'intervista con Stefano Casi, giornalista, studioso di teatro, drammaturgo e sceneggiatore, che a Pasolini ha dedicato numerosi saggi, abbiamo cercato di tracciare un parallelismo culturale tra le due figure della letteratura e della cultura del Novecento: ecco di seguito le domande e le risposte: 

D- In un'analisi che risale al 2020, hai scritto che "pochi scrittori del 900 come Pasolini e Mishima hanno saputo marcare la loro presenza proclamando con forza il richiamo al passato in un'epoca di slancio estremo verso il futuro in nome dello sviluppo". Due personaggi che non si erano mai personalmente incontrati, "due figure analoghe che rappresentano la coscienza critica dei rispettivi paesi, secondo modalità mai verificatesi altrove e in altri momenti, entrambi dentro e contro le proprie epoche e le proprie culture". Vuoi spiegare quanto emerge da questo brano: in particolare in che modo entrambi erano la "coscienza critica" del loro tempo?

R - Ho sempre considerato Pasolini e Mishima, pressoché coetanei, come due figure simili di intellettuali, nella stessa epoca ma in contesti diversi, eppure unite da un acume critico analogo nel denunciare l'evoluzione storica dei propri Paesi. Entrambi sono testimoni adolescenti della tragedia della guerra e della devastazione del proprio Paese e testimoni maturi della tragedia dell'omologazione di massa, ed entrambi, a partire dagli anni '60, assumono su di sé il compito di testimoniare la fine delle rispettive tradizioni e una sciagurata evoluzione antropologica dovuta al sistema imposto dal vincitore americano: un sistema di modelli estranei alle radici arcaiche, che esalta un egalitarismo non fondato su diritti umanistici individuali ma sull'appagamento consumistico delle masse. Insomma, entrambi si sentono "una forza del Passato", per dirla con le parole di Pasolini, non per preservare ingenuamente quel passato, ma per mettere in guardia i fanatici del progresso dai danni causati dallo sradicamento e dall'affermazione definitiva di una borghesia incolta e consumistica.

E così sia Pasolini che Mishima si ritrovano a essere dentro e contro le proprie epoche e le proprie culture. Pasolini avverte il tramonto dell'Italia umile e contadina, Mishima avverte il tramonto di un Giappone orgoglioso e nazionalista, fondato sulla tradizione militare e sull'autoisolamento. Da qui, tuttavia, nascono percorsi artistici e ideologici diversi e divaricati, anche politicamente, ma con la comune sensibilità verso la perdita del passato: Pasolini, per esempio, impegnato nell'ascolto e nella valorizzazione delle lingue e delle culture regionali, in un Paese storicamente pluricentrico e frammentato; Mishima attento a cogliere i nodi del rapporto tra giapponesità e modernità, in un Paese storicamente in bilico tra autarchia e scontro con il mondo esterno.

 D- Quali affinità comuni con Gabriele D'annunzio ed Ezra Pound?

R - Possiamo dire che, in assenza di una conoscenza diretta tra Pasolini e Mishima, ci sia stato comunque un 'incontro', del tutto virtuale, attraverso la mediazione di D'Annunzio, che fu l'iniziatore di un modello nuovo di intellettuale, e che peraltro Mishima tradusse. D'Annunzio, infatti, aveva superato i precedenti modelli di letterato per proporsi come l'intellettuale che si sporca le mani nell'azione eclatante, cercando lo scandalo e la pubblicità, utilizzando in maniera spregiudicata i mezzi di comunicazione, alternando illuminazione estetica e retorica politica. Pasolini e Mishima adottano quel modello, dandogli comunque una forma e soprattutto contenuti nuovi, e lo fanno proprio per denunciare la nuova forma del potere, anche se poi, al contrario di Mishima che lo apprezzava, Pasolini rigettava con forza ogni possibile paragone al Vate, che detestava.

E poi sì, c'è Pound, che è più che altro un riferimento per Pasolini. Il richiamo di Pound alla tradizione e alla conservazione del mondo pre-borghese diventa per Pasolini un monito imprescindibile nei suoi ultimi anni, a prescindere dalle simpatie fasciste del poeta americano, al punto da portarlo nel 1967 a incontrare Pound per un'intervista televisiva, dove lo saluta con i suoi stessi versi "Vengo a te come un figlio cresciuto". Non solo. Pound è citato più volte da Pasolini, da Salò a La nuova gioventù a Bestia da stile, dove parla di "Destra sublime": una provocazione per un antifascista come lui, ma anche il richiamo estremo alla necessità di non disperdere il passato e la tradizione che il "nuovo fascismo", cioè il consumismo indotto dal capitalismo nella società borghese (e accettato come segno di sviluppo anche dalla sinistra), cerca di cancellare.

 D- A conclusione della tua analisi scrivi: "..un suicidio e un omicidio, a distanza di pochi anni, fermarono per sempre quelle voci, lasciando che le loro parole ei loro corpi - ormai iconici- continuassero a instillare pensieri e dubbi. Soprattutto pensando alle parole dei loro ultimi anni: "In questo momento sono apocalittico. Vedo di fronte a me un mondo doloroso e sempre più brutto. Non ho speranze. Quindi non mi disegno nemmeno un mondo futuro" (Pasolini, 1971); e "In questi venticinque anni ho perso ad una ad una tutte le mie speranze. Non posso continuare a nutrire speranze per il Giappone futuro" (Mishima, articolo pubblicato il 7 luglio 1970, tre mesi prima della morte)".  La loro "esperienza culturale creativa e critica", puo' far parte di un bagaglio di "coscienza critica" di "questo" tempo?

R - Credo proprio di sì, ed è ciò che ci porta tuttora e sempre più a rivolgersi alla loro opera. Loro hanno colto le contraddizioni di uno sviluppo economico e sociale che ha spezzato per sempre un continuum storico e antropologico, imponendo modelli che hanno trasformato completamente la società, non solo italiana e non solo giapponese. Hanno vissuto la mutazione in presa diretta, additandone i pericoli, con tutta la loro autorevolezza ma anche con tutta la fragilità del loro essere voci nel deserto. Proprio per questo noi, che viviamo da sradicati e infelici dentro questo mondo che ha dimenticato il passato, possiamo e dobbiamo rivolgerci a loro per capire cosa sia successo, e soprattutto per imparare ad avere uno sguardo critico, libero e indipendente di fronte a ciò che ci viene spacciato come il pensiero unico, ossia l'omologazione sociale che pervade la nostra società. Sappiamo che non ci sono soluzioni, come hanno detto Pasolini e Mishima, senza più speranza, però possiamo affrontare questa realtà non passivamente, ma con la capacità di leggerla criticamente, anche grazie alla loro opera e al loro pensiero.

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Stefano Casi è giornalista, studioso di teatro, drammaturgo e sceneggiatore. A Pasolini ha dedicato numerosi saggi e libri, tra cui I teatri di Pasolini (Ubulibri 2005; nuova edizione Cue Press 2019) e Le tragedie umoristiche di Pasolini e altre eresie (Ets 2022), ed è membro del comitato scientifico della rivista Studi pasoliniani. Inoltre ha scritto libri sul teatro di Beckett, Scabia e altri, e diretto la rivista Società di pensieri. È direttore artistico del Centro di produzione Teatri di Vita (Bologna) e insegna al Master di Imprenditoria dello Spettacolo dell'Università di Bologna.

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