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Non e' certamente un momento ottimale a causa dell'imposizione di dazi da parte degli Stati Uniti ma l"'aggregatore" naturale del vino italiano sui principali mercati target, ovvero Vinitaly si appresta, guardando oltre le barriere commerciali, ad aprire, dal 6 al 9 aprile, alla Fiera di Verona, la sua 57/ma edizione. Quattromila aziende (800 da Nordest), 1200 top buyr da 140 Paesi diversi. In particolare si punta a confermare il contingente di 30mila buyer della domanda internazionale, Stati Uniti compresi, per quella che e' la piu' grande "agenda business" del Made in Italy enologico. Tra le delegazioni più numerose dei super operatori selezionati dall'area extra Ue, in pole position quelle da Usa e Canada, seguite da Cina, UK, Brasile ma anche da India, Singapore, Giappone e Corea del Sud. Mentre, per il Continente europeo, primeggiano Germania, Svizzera, Nord Europa e l'area balcanica.
Tra gli obiettivi che caratterizzano tutte le iniziative messe in campo quest'anno da Veronafiere si consolidano quelli della promozione e dell'internazionalizzazione mentre punta a crescere ulteriormente il palinsesto dei contenuti, con Vinitaly che evolve da osservatore delle tendenze a incubatore delle stesse.
Il vino e' una delle eccellenze dell'agroalimentare made in Italy: l'export in Usa vale 2 miliardi di euro, mentre l'export agroalimentare vale circa 8 miliardi di euro. Secondo l'analisi della Cia (Confederazione italiana agrcoltori) a dipendere maggiormente dagli Stati Uniti per il proprio export sono i vini bianchi Dop del Trentino-Alto Adige e Friuli-Venezia Giulia, con una quota del 48% e un valore esportato di 138 milioni di euro nel 2024; i vini rossi toscani Dop (40%, 290 milioni), i vini rossi piemontesi Dop (31%, 121 milioni) e il Prosecco Dop (27%, 491 milioni). Grandi numeri che i dazi possono scombinare, lasciando strada libera ai competitor di aggredire una fetta di mercato molto appetibile: dal Malbec argentino, allo Shiraz australiano, fino al Merlot cileno e al Prosecco brasiliano.
Il mercato americano è anche il primo per l'esportazione di olio di oliva tricolore con il 34% sul totale dell'export mondiale. Circa 1 miliardo di euro negli Usa, rispetto ai 3 miliardi di valore per le spedizioni di olio in tutto il mondo: una crescita del 158% negli ultimi 10 anni, dopo aver superato l'iniziale diffidenza del consumatore americano. Il 73% delle importazioni di olio da tavola negli Stati Uniti sono rappresentate da olio extravergine d'oliva, un prodotto fortemente identitario associato alla salute e al benessere. "Occorre, il massimo impegno- sottolinea il presidente della Cia, Cristiano Fini - per evitare una guerra commerciale che sarebbe fortemente lesiva per l'Italia".
Un momento centrale di confronto e proposta sulle politiche pubbliche per Turismo , con l'obiettivo di rafforzare il ruolo dell'Italia come destinazione capace di coniugare crescita economica, sostenibilità, qualità dell'offerta e valorizzazione dei territori.
Il 2026 inizia nel migliore dei modi per il Made in Italy: gli Usa hanno rivisto nettamente al ribasso i dazi antidumping sulla pasta italiana, in anticipo rispetto alle conclusioni dell'indagine attese formalmente per l'11 marzo. L'annuncio della Farnesina arriva mentre Washington ha anche reso noto il rinvio di nuovi aumenti sui mobili.
Mancano soltanto 22 giorni all'imposizione. annunciata in ottobre dal Dipartimento del Commercio americano, dei nuovi dazi sulla pasta made in Italy: 107%(91,74% + 15% gia' esistente). La commissione europea ed il governo italiano hanno aperto trattative che sinora non hanno sortito risultati positivi a favore delle imprese italiane.
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