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Passata la festa, i temi alla ribalta del primo maggio non possono e non devono uscire dal cono di luce dell'opinione pubblica, al di là delle polemiche – spesso spicciole e sterili-con cui è frequentemente celebrato. Uno di questi è sicuramente la questione salariale, a cui quest'anno ha fatto esplicito rifermento il Presidente della Repubblica.
Con i suoi riflessi non solo economico sociali ma anche valoriali perchè tocca la dignità delle persone, oltre che i loro diritti come lavoratori. Un tema, la depressione dei salari, di cui si sottovaluta spesso anche l'importanza per il comparto del made in Italy, che deve il suo successo alla qualità dei materiali ma sopratutto ad abilità, passione e cura per i dettagli, oltre che alla professionalità "artigianale" spesso non comuni dei lavoratori: un' eccellenza che merita di essere valorizzata anche tramite un salario adeguato sia per sostenere la produttività, formazione e la crescita delle capacità di chi ci lavora sia per attrarre le nuove generazioni e spingerle a impegnarsi per la continuità del settore.
E' una delle considerazioni che suscita la lettura del saggio di Andrea Garnero e Roberto Mania, "La questione salariale", di cui diffusamente parliamo nella rubrica "L'impresa da leggere". Si parte da un dato: tra il 1991 e il 2023, i redditi da lavoro in Italia sono diminuiti del 3,4% a parità di potere d'acquisto, mentre nei principali Paesi OCSE sono cresciuti in media del 30, per esplorare le radici di questo "enorme divario". Tra le cause principe individuate dagli autori c' è sicuramente la frenata del PIL nazionale che dalla metà degli anni '90 è cresciuto meno in confronto agli altri paesi europei e alimenta un ciclo perverso in cui il il blocco della produttività rende insostenibili gli incrementi salariali e la scarsa pressione salariale non stimola il sistema produttivo a investire in innovazione, formazione e riqualificazione dei lavoratori.
Per Garnero e Mania "la questione salariale è dunque una questione nazionale, quasi un'emergenza nazionale" anche perchè il sistema della relazioni industriali (istituzioni, politica, sindacati, imprese) non riesce da solo a gestire la politica salariale italiana come dimostra il dibattito, a tratti surreale, sul salario minimo legale.
Che fare? Vengono proposte policy e linee di intervento: a partire proprio dal favorire la crescita dimensionale delle imprese, proposta che costituisce uno scarto significativo rispetto all'abusato "piccolo è bello " che ha rappresentato uno dei mantra dell'economia italiana negli ultimi decenni. Insieme ad un altro slogan messo oggi in discussione: la "flessibilizzazione di nuovi modelli produttivi", che nemmeno ha dato i risultati attesi anche perchè, secondo gli autori, l'attuazione delle politiche a sostegno è tuttora incompiuta.
E ancora: contrastare il lavoro irregolare, investire nelle competenze dei lavoratori e dei manager, riformare il sistema fiscale per renderlo più bilanciato, e sostenere la contrattazione tra sindacati e imprenditori, sono le altre direttrici di intervento esplorate nel libro che si chiude con la convinzione che occorra anche sperimentare nuovi strumenti dove necessario, nella consapevolezza che non bastano i decreti per superare una stagnazione trentennale.
Il "sistema Italia", a partire dal governo, non puo' continuare ad affrontare un'emergenza nazionale, qual e' quella salariale, con "misure tampone".
Un momento centrale di confronto e proposta sulle politiche pubbliche per Turismo , con l'obiettivo di rafforzare il ruolo dell'Italia come destinazione capace di coniugare crescita economica, sostenibilità, qualità dell'offerta e valorizzazione dei territori.
Il 2026 inizia nel migliore dei modi per il Made in Italy: gli Usa hanno rivisto nettamente al ribasso i dazi antidumping sulla pasta italiana, in anticipo rispetto alle conclusioni dell'indagine attese formalmente per l'11 marzo. L'annuncio della Farnesina arriva mentre Washington ha anche reso noto il rinvio di nuovi aumenti sui mobili.
Mancano soltanto 22 giorni all'imposizione. annunciata in ottobre dal Dipartimento del Commercio americano, dei nuovi dazi sulla pasta made in Italy: 107%(91,74% + 15% gia' esistente). La commissione europea ed il governo italiano hanno aperto trattative che sinora non hanno sortito risultati positivi a favore delle imprese italiane.
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