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NICOLA ROSSI,’ ’UN MIRACOLO NON FA IL SANTO...’’

10 febbraio 2025

"Un miracolo non fa il santo. La distruzione creatrice nella società italiana, 1861-2021", è l'ultimo saggio di  Nicola Rossi. Già ordinario di Economia Politica, l'autore ha affiancato all'attività accademica rilevanti esperienze professionali (presso il Servizio Studi della Banca d'Italia  e presso il  Fondo Monetario Internazionale) e importanti  incarichi politico-parlamentari (Consigliere economico del Presidente del Consiglio e Coordinatore del Consiglio degli esperti economici oltre che oltre che deputato del PD da cui è poi uscito non senza qualche polemica).

Inoltre, dopo esserne stato Presidente, è oggi Consigliere di Amministrazione dell'IBL-Istituto Bruno Leoni, autorevole think tank  che organizza convegni, pubblica libri e realizza studi e ricerche e libri in cui promuove le "idee per il libero mercato".

Proprio da una ampia ricerca condotta dall'IBL, Nicola Rossi trae spunto per questo libro in cui analizza i 150 anni di vita economica dell'Italia unita. Per ricavarne, con una chiave di lettura originale, un giudizio generalmente molto critico con un'eccezione: gli anni dal 1947 al 1964, gli anni della ripresa e ricostruzione post bellica, nei quali l'Italia ha un ruolo di primo piano tra le economie occidentali perchè si giova di condizioni  anche "culturalmente"  favorevoli allo  spirito di imprenditoria e di iniziativa. Secondo il pensiero dell'autore infatti alla base dell'iniziativa economica vi è infatti una predisposizione verso l'affermazione personale e i diritti individuali e una valorizzazione dell'individuo e dei suoi talenti che nella storia economica dell'Italia si sono affermati solo in quegli anni (in cui il mercato non viene considerato un male necessario, come spesso accaduto in passato, nell'Italia post-risorgimentale e nello statalismo fascista, e come per molta opinione pubblica  nazionale, accade ancora).

Una lettura che, in linea con il pensiero dell'autore, sfida il conformismo del pensiero economico e si riflette  nel titolo del libro, originale e insolito per un testo di economia e d'impresa (riprende un adagio abbruzzese). A sottolineare che il cosiddetto "miracolo italiano" non fa dell'Italia un Paese "santo" perché è stato il  frutto eccezionale della combinazione di vari fattori che, combinatisi, hanno generato la Schumpeteriana "distruzione creatrice" richiamata nel sottotitolo. Teoria condivisa dall'economista Deirdre N.McCloskey, professoressa emerita alla University of Illinois di Chicago, considerata tra i più influenti economisti al mondo tra i massimi teorici del libero mercato, autrice della prefazione, secondo la  quale il vero vantaggio competitivo  non sono gli "investimenti keynesiani" né tantomeno  gli incentivi statali ma la libertà di intraprendere.

Il protagonismo dell'imprenditoria italiana

Il volume supporta questa tesi alternando, in oltre 300 pagine documentate da storie, cifre e grafici, i  concetti  della teoria economica con  le storie di imprenditori italiani  protagonisti tra il 1947 e il 1964  di piccole e grandi innovazioni e delle aziende che, nate in quel periodo, sono ancora il simbolo del trionfo del  genio italico, fondato  su  sensibilità  artistica, coraggio di sperimentazione e capacità di produzione, universalmente identificate oggi con il termine "made in Italy".

Come la Vespa realizzata dalla Piaggio nel 1946, lo stesso anno in cui  Ferrero trasformava  la "pasticceria in una fabbrica dolciaria" dove produrre la Nutella, inventandosi una combinazione di ingredienti mai replicata dai competitori. Oppure Mario Pavesi (figlio di un panettiere) divenuto imprenditore di biscotti che inventa i "Pavesini" e apre nel 1947  sull'autostrada tra Milano e Torino all'altezza del casello di Novara un piccolo spaccio di biscotti prodotti nella fabbrica di famiglia che diventerà il precursore dei moderni autogrill. Senza dimenticare  i due dioscuri dell'auto: Enzo Ferrari che a Maranello nel 1947 produce la prima auto con il proprio marchio e  Ferruccio Lamborghini, che dopo la Lamborghini Trattori (nel 1948)  costituisce (1963) anche la Lamborghini Auto e presenta la Lamborghini Miura (considerata un'opera d'arte e esposta al MoMa di New York). Un fenomeno dalle dimensioni impreviste come raccontano  le storie di marchi, meno famosi ma  che ancora oggi costituiscono casi di scuola. Come Pietro Castelli, che nel 1946  fonda Artsana una società per la distribuzione  di siringhe "oggi operante in 150 Paesi" e poi nel 1958 crea il marchio Chicco e conquista il mercato dei prodotti della puericultura (quando – altro inequivocabile segno di un humus sociale positivo - l'inverno demografico non era nemmeno prevedibile).Oppure la Brembo, azienda meccanica della famiglia Bombassei che nel 1964 inventa "i primi freni a disco destinati al mercato del ricambio" e che oggi fornisce anche il primo impianto di modelli prodotti dalle più importanti case automobilistiche del mondo. E ancora  Marco Zanuso che dal 1947  compie le sue sperimentazioni con i mobili (suoi pezzi sono stati esposti anche al Museum of Modern Art di New York) e disegna i divani prodotti da Arflex" grazie all'uso innovativo della gommapiuma".

O Baldassarre Monge, un nome che da qualche anno ben conosciuto soprattutto ai proprietari di cani e gatti: figlio di un piccolo imprenditore avicolo prevede il diffondersi nelle famiglie italiane degli animali domestici e  anticipa  nel lontano  1963  lo sviluppo del settore oggi definito "pet food".Successi che si ripetono anche nei settori a tecnologia avanzata, come  la "Olivetti Programma 101 (la cosiddetta 'perottina') un calcolatore da tavolo programmabile considerato da  molti il primo personal computer della storia. Fu progettato in Olivetti dal gruppo di ricerca guidato da  Pier Giorgio Perotto, prima che l'azienda,  cedendo alla General Electric "le proprie attività in campo elettronico", anticipasse una delle scelte economiche forse più miopi dell'industria nazionale.

Imprese che confermano l'eccellenza di aziende e imprenditori, ancora oggi protagonisti nei rispettivi mercati, e che testimoniano di un quadro economico molto positivo che, secondo l'autore, inizia nella seconda metà degli anni '40 e termina sul finire  degli anni '60. Quando, come era già accaduto nei primi ottant'anni di vita unitaria, il Paese torna alle politiche economiche difensive con obiettivi di protezione piuttosto che di creazione di ricchezza. Quel vento economico favorevole per Nicola Rossi cessa anche per l'insorgere di contraddizioni sociali e culturali che determinano

il mutamento delle aspettative dell'italiano medio verso le proprie condizioni economiche. Un cambiamento agli anni post-bellici  dovuto alla cultura di una parte rilevante della società avversa al mercato e alla concorrenza.

L'anagrafe delle imprese

Come conferma da anni il saldo tra iscrizioni e cancellazioni che registra l'anagrafe delle imprese italiane: quando va bene infatti  si registrano saldi totali positivi dello 0 virgola ma con un incremento non trascurabile di cessazioni. Nel 2024 ad esempio  (dati di Movimprese, elaborati da Unioncamere e InfoCamere sulla base del Registro delle imprese delle Camere di commercio)il saldo totale del Paese è esempio positivo di solo 36.856 unità pari allo 0,62% (in diminuzione dello 0,08% rispetto al  2023 in cui era stato dello 0,7%) con significative differenze territoriali: il Nord Ovest  registra lo 0,69%, il Centro si lo 0,80%, pur perdendo qualche decimale come lo stesso Nord Ovest. In coda, il Nord est che presenta l'arretramento maggiore (da 0,47% a 0,23%).

Dati che confermano un andamento tendenziale della denatalità delle imprese, peraltro iniziato prima dell'emergenza pandemica, che suggerisce a Nicola Rossi di suddividere la storia economica dell'Italia dal 1947 al 1964   in tre fasi, che sono l' effetto anche di    cambiamenti  socio-culturali così profondi da essere rappresentati, con una audace metafora,  dai  testi di celebri canzoni italiane.

La prima canzone ("Mille lire al mese" )è datata 1938, quindi prima degli anni del "miracolo". Nel suo testo c'è il "modesto impiego" come aspirazione principale e la "tranquillità" prima di ogni altra cosa. La seconda canzone ("Una vita da mediano") è del 1999, quindi successiva agli anni del "miracolo" e in essa si evocano "compiti precisi" che chi non ha "i piedi buoni" deve limitarsi a svolgere, senza l'ambizione di migliorare il proprio destino. Tra queste due canzoni, nel 1958, nel pieno del "miracolo", una altra canzone simbolo ("Nel blu dipinto di blu", più nota ancora come "Volare") che  da voce  a un Paese in febbrile ripresa che non si pone limiti.

Ma come detto nel libro l'autore indaga anche le cause di questo sviluppo, a suo dire, insoddisfacente, contingenti e strutturali, per capire come  sia   possibile rimuoverle. La risposta, originale e coerente con il suo impegno intellettuale, è che il "miracolo italiano" è soprattutto il frutto eccezionale di un humus socio-culturale che è riuscito a prevalere  per un tempo circoscritto sui due fattori, strutturali e sinergici, che continuano a caratterizzare il comune sentire e le dinamiche  economiche del Paese. Da un lato una cultura di fondo poco incline al   coraggio e al rischio del cambiamento come volano per il miglioramento delle proprie condizioni di vita. Da cui discende l'avversione ai valori dell'economia di mercato e una ostilità diffusa all'attività di impresa che oltre ai potenziali guadagni e  successi comporta il rischio di perdite e  fallimenti. (Ne è conferma proprio l'atteggiamento sul fallimento che in Italia è segno di inaffidabilità e incapacità e suscita giudizi negativi, perfino morali; nel  mondo anglosassone invece c'è la convinzione  che il fallimento  paradossalmente, accresce le probabilità di successo perché riduce la possibilità di errori  successivi). Dall'altro lato pesa anche una seconda componente: la scelta delle classi dirigenti, per sfiducia negli italiani o per mero tornaconto, di favorire tale avversione. Una sorta di paternalismo attuato attraverso politiche economiche che hanno finito per accentuare nel Paese "il desiderio di protezione e radicata riluttanza alla modernità" e che sono alla base del proliferare delle  corporazioni e dell' assistenzialismo diffuso (peraltro alimentato con un indebitamento crescente e teso a ripagare gli interessi sul debito contratto in precedenza). Una responsabilità aggravata dalla imposizione alle imprese di lacci e lacciuoli che ha lasciato spazio sempre maggiore alla iniziativa dello statale arrivando perfino a imporre balzelli ai  settori di prodotti il cui consumo determinerebbe comportamenti presunti riprovevoli. 

Diagnosi convincente

Questa la diagnosi che, al di là della mistica del miracolo italiano, appare in buona parte convincente ma forse parziale, almeno se riferita al tempo che viviamo. E' difficile infatti non riconoscere che, a prescindere dalle scelte delle classi dirigenti, gli italiani privilegiano negli aspetti economici la tranquillità  assicurata dalla protezione rispetto al rischio che comporta la libera iniziativa. E che la limitata voglia e capacità di rischiare, per di più acuita da alcune derive protezionistico-assistenzialistiche delle politiche sociali, non favorisce lo sviluppo delle condizioni economiche.    

D'altra parte lo stesso autore sostiene che le criticità individuate non costituiscono un dato genetico ma piuttosto  un effetto di politiche da correggere attraverso un cambiamento profondo. Occorre cioè coinvolgere le convinzioni della pubblica opinione con una azione culturale, nel senso più ampio del termine, volta a promuovere i valori del mercato. Si tratta senz'altro di una tesi meritevole di attenta riflessione anche se oggi nel Paese la carenza "culturale" di coraggio imprenditoriale sembra più un effetto che una causa e che essa spieghi solo in parte l'attuale quadro economico. Che è reso complicato e problematico da fattori quali il calo demografico, l'impoverimento della qualità delle classi dirigenti e del capitale umano e sociale, il deterioramento, anche etico, del rapporto tra pubblico e privato, l'asfissia finanziaria. Il tutto in uno scenario internazionale nel quale le nuove concentrazioni di potere, la globalizzazione e la doppia transizione, ambientale e digitale, impongono regole e costi che impattano la sostenibilità dello sviluppo non solo economico del Paese. Appare perciò ragionevole ritenere che tali dinamiche, ferme restando le considerazioni dell'autore sul passato, spiegano perché oggi una gran parte, peraltro crescente, del Paese continua ad avere timori e preoccupazioni e chiede protezione e rassicurazione per la propria condizione.

In questo quadro, per dare nuovo e maggiore slancio alla iniziativa privata quale presupposto per un rilancio strutturale dell'economia del Paese occorre certamente cambiare anche la cultura degli italiani (ca va sans dire!) ma, anche a tal fine,  bisogna  bisogna innescare un processo che deve partire innanzitutto da una ancora più ambiziosa politica industriale basata su  una più "virtuosa" governance  che, rinnovata attraverso una stretta collaborazione tra pubblico e privato, costituisca il volano del mercato e della sua capacità di creazione di ricchezza (come accaduto per  gran parte delle ultime rivoluzioni tecnologiche che hanno potuto giovarsi  della ricerca pura finanziata dagli Stati senza la quale neanche i colossi  della Silicon Valley avrebbe raggiunto le dimensioni attuali).

Non per pianificare con logica statalista lo sviluppo ma per garantire un futuro di crescita strutturale inclusiva e sostenibile al Paese attraverso l'adozione, in un quadro di continui mutamenti, di policy adattative che   con approccio multistakeholder  non  limitino il mercato e l'innovazione ma  ne promuovono lo sviluppo sostenendo concretamente e finanziariamente  l'impresa privata nel suo sforzo verso l'eccellenza e favorendo così, a cascata, il diffondersi di voglia e  spirito imprenditoriale nel Paese in un ciclo virtuoso che possa creare le condizioni per  ripetere, stavolta però in modo strutturale, il "miracolo".

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Nicola Rossi: Un miracolo non fa il santo. La distruzione creatrice nella società italiana, 1861-2021", IBL libri.

 

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